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IL PILOTA DI HIROSHIMA

mer, lug 21, 2010

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IL PILOTA DI HIROSHIMA
di JOHN LAW


“Non posso fare a meno di sentirmi triste se penso alle persone che mi hanno servito tanto lealmente, ai soldati e ai marinai che sono stati uccisi o feriti sui campi di battaglia di là dei mari, alle famiglie che hanno perso la casa e tanto spesso anche la vita nelle incursioni aeree; non è necessario che vi dica come mi riesca intollerabile l’idea di veder disarmare i valorosi e fedeli combattenti giapponesi; altrettanto intollerabile è per me l’idea che altri, dopo avermi servito con devozione, siano passibili di castigo come ispiratori della guerra.

Nondimeno, è arrivato il momento di sopportare l’insopportabile.”

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Con queste parole l’imperatore Hirohito, alle tre del mattino del 10 agosto 1945 annuncia al Consiglio della Corona la sua volontà di resa incondizionata agli Alleati; la decisione sarà ufficializzata cinque giorni dopo in un messaggio radio letto dallo stesso Hirohito: è la prima volta nella storia che un imperatore giapponese si rivolge direttamente al suo popolo.

Ovunque, nelle case, nei luoghi pubblici, nelle caserme, nelle guarnigioni più lontane, i giapponesi ascoltano quella voce quasi irreale; l’avvenimento che essa annuncia, il tono dimesso, di disfatta, col quale è impartito l’ordine di cessare le ostilità, provocano un irrefrenabile pianto collettivo.

Scrive Fosco Maraini, che in quei giorni si trovava a Tokyo:

“Molti furono i suicidi, una cinquantina dinanzi allo stesso palazzo imperiale”.

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Il 2 settembre 1945 a bordo della corazzata americana Missouri, ancorata a Yokohama, i plenipotenziari giapponesi, vestiti in frac e cilindro, appongono la loro firma sul documento di resa, davanti al generale Douglas MacArthur, comandante delle forze Alleate, che li riceve in maniche di camicia.

E’ la fine della Seconda Guerra Mondiale.

Per la circolazione monetaria nei territori giapponesi occupati, gli Alleati avevano predisposto della cartamoneta , i cosiddetti am-yen (allied military yen) di tipologia simile a quella emessa per l’Europa (Italia, Francia, Germania).

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Questi biglietti non indicano, come per la cartamoneta europea, l’anno di emissione, ma l’indicazione generica “series 100″ poiché la data dell’invasione non era certa.

Furono prodotte due serie, contraddistinte dalle lettere “A” e “B” nei tagli da 10 e 50 sen, 1-5-10-20-100 e 1000 yen (quest’ultimo solo nella serie “B”).

La serie “A” inizialmente prevista per l’occupazione della Corea, dove effettivamente circolò dal 7 settembre 1945 al 10 luglio 1946, fu poi utilizzata anche in Giappone, dal 19 luglio al 30 settembre 1946.

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La serie “B” fu utilizzata nelle isole Ryu-Kyu dal 15 luglio 1945 al 15 settembre 1958 e nell’intero Giappone dal 6 settembre 1945 al 15 luglio 1958: il che fa di questa serie l’emissione di occupazione rimasta più a lungo in circolazione.

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Il colonnello Paul W. Tibbets, il pilota di Hiroshima, decolla alle 2.45 del mattino del 6 agosto 1945 dalla base americana di Tinian, nel Pacifico, al comando del bombardiere B-29 ribattezzato “Enola Gay” in onore di sua madre: il compito che attende Tibbets e gli uomini del suo equipaggio è quello di sganciare su una città giapponese la prima bomba atomica della storia.

La destinazione non è certa, sarà decisa all’ultima momento in base alle condizioni atmosferiche: alle 7.25, su una rosa già predeterminata di quattro città, la scelta cade su Hiroshima.

Tutti gli orologi della città segnano le 8.15 del mattino quando l’atomica scoppia all’altezza di 660 metri da terra, in una palla di fuoco di oltre 100 metri di diametro: il calore emanato dalla deflagrazione dura meno di un decimo di secondo, ma è così alto da fondere il granito della terra entro il raggio di un chilometro: sette secondi dopo il silenzio è spezzato da un rimbombo assordante, mentre con l’esplosione vengono demoliti in un attimo tutti gli edifici nel raggio di tre chilometri.

Il “pika-don” (lampo-tuono) annienta, al primo istante, almeno 30.000 vite.

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Intervistato a più riprese negli anni seguenti, Tibbets ha sempre dichiarato:

“Personalmente non ho rimorsi: mi fu detto, come si ordina a un soldato, di fare una certa cosa. E non parlatemi del numero delle persone uccise. Non sono stato io a volere la morte di nessuno. Guardiamo in faccia alla realtà: quando si combatte, si combatte per vincere, usando tutti i metodi a disposizione. Non mi posi un problema morale: feci quello che mi avevano ordinato di fare. Nelle stesse condizioni lo rifarei.”

Sono, più o meno, le stesse parole dei gerarchi nazisti processati a Norimberga.

Hiroshima 6 agosto 1945 – 6 agosto 2005




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