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TRIPOLI, BEL SUOL D’AMORE – I PARTE

mer, lug 21, 2010

Banconote




TRIPOLI, BEL SUOL D’AMORE – I PARTE
di JOHN LAW

O, se preferite,”mal d’Africa parte seconda”: dopo l’Abissinia, un’altra puntata delle avventure italiane in Africa, con la nostalgia di un continente sempre sognato.

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E dunque, si va ad incominciare.

Il periodo fra il 1901 e il 1914 è passato alla storia con il nome di “età  giolittiana”.

Giovanni Giolitti, capeggiando cinque governi e guidando il dicastero chiave degli Interni, lasciò una forte impronta sulla vita politica italiana.

Nell’ennesima tornata di spartizioni europee dell’Africa, gli italiani erano rimasti ancora una volta umiliati, perché avevano visto sfumare in rapida successione le loro aspirazioni su Marocco, Tunisia ed Egitto: non restava che quello “scatolone di sabbia” che era la Libia (nessuno, allora, immaginava che sotto la sabbia c’era un mare di petrolio).

Nel giro di pochi mesi la stampa venne inondata dalla propaganda dei nazionalisti, secondo i quali la Libia era una specie di eldorado fertilissimo dove i minerali abbondavano, il clima era praticamente ideale per la colonizzazione e i nostri emigranti avrebbero trovato quel che cercavano.

Giolitti fiutò il vento e preferì assecondare gli umori del momento. L’operazione fu avviata con una penetrazione economica, che aveva il pregio di essere più facile e meno costosa di una guerra, e per qualche anno l’operazione si sviluppò senza problemi.

Il Banco di Roma si assicurò alcune concessioni minerarie diventando in breve il maggior proprietario terriero del Paese con un consistente controllo sui mulini e su parte della pesca delle spugne.

I problemi sorsero quando i nazionalisti turchi presero il potere a Istanbul e controbilanciarono la presenza italiana con il potere di colossi tedeschi come la Krupp, la Deutsche Bank e la Siemens.

L’appalto per i lavori del porto di Tripoli, vinto da una ditta italiana, fu lasciato cadere dal governo turco. L’allarme suonò per tutti gli interessi politici ed economici legati alla Libia, tanto più che vi era il sentore che Francia ed Inghilterra non fossero tanto indifferenti sulla questione libica.

Giolitti, che si preparava ad affrontare nuove elezioni, impartì i primi ordini di studiare l’attacco alla Libia nell’estate del 1911.

Il 29 settembre venne presentato, dopo alcuni pretestuosi incidenti, un ultimatum di 24 ore alla Turchia, che sorprendentemente accettò: Giolitti ignorò la disponibilità  turca a trattare perché voleva la guerra e così il 3 ottobre la seconda squadra della flotta italiana, insieme alla divisione navi scuola, effettuò il primo bombardamento di Tripoli: due giorni dopo, 1.600 marinai sbarcarono sul suolo libico.

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Per mascherare la vera consistenza di due sparuti reggimenti si ricorse al vecchio (ma sempre efficace) trucco di farli reimbarcare in un luogo appartato e risbarcare sotto gli occhi della folla.

La capacità di improvvisazione non poteva tuttavia nascondere a lungo la sostanziale impreparazione al conflitto; soltanto una settimana dopo l’inizio delle operazioni un corpo d’armata fu finalmente in grado di imbarcarsi diretto in Libia.

Pochissimo si sapeva della stessa zona d’operazioni e mancava del tutto una strategia studiata a tavolino.

Infine si commise il grave errore di pensare che gli arabi indigeni si sarebbero rivoltati contro l’oppressore turco.

Basteranno alcuni vescovi irresponsabili, con il loro incitamento alla crociata, per far scattare la solidarietà religiosa al grido di “Jihad!”, la guerra santa musulmana.

Finalmente il 10 ottobre arrivò il corpo di spedizione, forte di 20 mila uomini, ottimisticamente ritenuti sufficienti per portare avanti la guerra.

A metà ottobre cominciarono le operazioni di attacco a Bengasi che si conclusero con successo. Non prevista dai nostri strateghi, due giorni dopo scoppiò la rivolta araba contro l’aggressione italiana.

Torme di cavalieri arabi, sbucati dal nulla dal deserto, si slanciarono sulle posizioni di Henni, puntando soprattutto su Sciara-Sciat: contemporaneamente a Tripoli si accesero improvvise scaramucce nelle strade, rese insicure dai franchi tiratori.

La guerra, quella guerra che richiese l’impegno di oltre 100 mila soldati, venne ufficialmente risolta con una brillante manovra italiana per linee esterne.

Anziché incaponirsi nelle dune libiche si occuparono le isole del Dodecanneso e di Rodi, esercitando così una forte pressione sul governo turco e, soprattutto, sulle altre potenze europee: Francia, Inghilterra, Germania ed Austria non gradirono affatto la mossa italiana, ma accelerarono le pressioni sui turchi perché accettassero la pace: il trattato di Losanna (estate 1912) sancì la conquista della Libia, di Rodi e del Dodecanneso.

La guerra, tuttavia, non era ancora finita, anche se le diplomazie la consideravano chiusa.

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Sul terreno, la confraternita religiosa dei senussiti, fino ad allora neutrale, fu convinta nel 1913 dall’energico ufficiale turco Enver Bey, ad entrare in guerra con l’Italia.

In pratica l’effettivo controllo del territorio da parte italiana si riduceva a una ristretta fascia costiera, anche a causa del costante aiuto austro-tedesco a favore degli insorti durante la prima guerra mondiale.

Ma, anche finita la guerra, e dissolto l’Impero Ottomano, le cose non migliorarono: continuò anzi lo stillicidio continuo di attentati e azioni di guerriglia, alle quali fu data una durissima risposta, anche con l’impiego di gas tossici, operazione questa in cui si distinse particolarmente il maresciallo Graziani.

Il controllo totale del territorio non fu mai ottenuto, e la situazione si trascinò fino allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, quando entrarono in gioco inglesi e tedeschi.

E la monetazione? In questo campo, trent’anni d’occupazione italiana della Libia non hanno lasciato traccia, in quanto circolarono le stesse monete e banconote che in Italia.

Le cose cambiarono con la Seconda Guerra Mondiale e la conquista della Libia da parte degli inglesi, che imposero le loro banconote d’occupazione, emesse dalla British Military Authorithy in Tripolitania.

Di queste ci occuperemo ampiamente nelle prossime puntate, cominciando intanto col mostrare la foto dei biglietti da 1 e 2 lire.




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